Buongiorno

4_003

Buongiorno amore pensai, come tutte le mattine che mi svegliavo, chissà dove sei e cosa fai e a cosa pensi… tutte domande sciocche nate dal desiderio di essere il primo pensiero del tuo giorno così come tu lo eri del mio. Buongiorno amore, così andavo avanti tutta la mattinata mentre ero occupato a svolgere le azioni quotidiane, quelle abitudinarie della giornata, il lavoro, la spesa, le persone che incontravo, il pranzo, la banalità di ogni ora che sarebbe rimasta tale se non ci fosse stato quel buongiorno presente nella mia testa. Buongiorno amore mentre osservavo il telefono con la speranza che squillasse all’improvviso, preoccupato di non sentirlo come a volte capitava. Tutta la giornata si svolgeva con il pensiero rivolto alle ore che mancavano per arrivare alla sera, aspettando la notte fonda, per poterti dire buonanotte amore… e poi… poi tutto si strozzava nella gola, le discussioni, sempre le stesse, le incomprensioni, le puerili ripicche, il cercare spesso di cogliermi in errore, le rivalse, il sarcasmo espresso solo per esercitare la difesa di un principio ideologico, la mancanza di fiducia tutto sotto l’influenza di una camaleontica personalità che cambiava senza preavviso… alla fine mi veniva da pensare… che palle amore… e mettevo la buonanotte sotto il cuscino, fino al mattino successivo dove ricominciavo senza sapere perché… buongiorno amore, stiracchiandomi nella solitudine di un altro giorno che avrebbe preceduto di nuovo la buonanotte.

 

vecchi post n° 4

scrivoIl dubbio infantile.

Post n°184 pubblicato il 25 Marzo 2013 da semprecesare
Post n°384 pubblicato il 25 Maggio 2011 da cesarexxxxxx

Quanto potrò resistere ancora? Quanto riuscirò a sapere di me stesso che ancora non conosco e quale profondità riuscirò a toccare di questo me stesso che sprofonda dentro un amore mai vissuto fino in fondo, come il precipitare dentro un abisso nelle viscere del cuore? Quanto tempo mi rimane prima che lo sguardo smetta di vedere le ultime luci del cielo e il corpo si sfaldi lungo le pareti della vecchiaia e vivere di ricordi? A volte mi chiedo di quale pensiero sono fatto, se c’è un pensiero guida che non si ribalti in continuazione, che si ritrovi dietro le contraddizioni di sempre, se ho delle certezze più forti dei dubbi, se conto veramente per qualcuno, come questo qualcuno conta per me. Se sono mai stato veramente amato almeno una volta, se il passato esiste veramente dentro di me o è morto, se le sconfitte o almeno quelle che ritengo tali siano le mie o di quelli che mi hanno conosciuto, se, in fondo, la disponibilità che do agli altri non sarebbe meglio che la dessi a me stesso, ma se queste domande sono le stesse che ognuno si fa, da che parte sta la verità? Forse nel fatto che ognuno di noi rappresenta la delusione di un altro e questo genera altra delusione verso se stessi e verso il mondo intero. Tutto questo sproloquiare senza senso solo perché questa mattina mi sono svegliato con tante idee per la testa, quasi bastanti per la stesura di un romanzo e mentre venivo al lavoro, mi ripetevo l’inizio, i personaggi, la storia, il significato, e poi, paffete, tutto perso per strada, non è rimasto nulla, solo una domanda… ma perché cacchio scrivo?

vecchi post n° 3

bacio

Volevo diventare un uomo,

un uomo vero,

ma non sono riuscito a diventare

quello che non sono.

Volevo essere diverso,

specchiandomi dentro lo sguardo di un amore sincero,

ma ho capito che era il posto dove cercavo che non andava bene,

non era dentro il cuore di una donna

che mi sarei rispecchiato,

perché quell’uomo giusto,

che io cercavo,

era già dentro di me,

e quell’uomo,

che mi sembrava vero,

non ero io,

ma un altro me stesso

che non conoscevo.

vecchi post 2

rossetto

I giorni dell’amore.
I giorni dell’amore erano finiti, caduti come monumenti obsoleti, esauriti come una candela disciolta della sua cera, confusi nel suo bianco candore.Ogni parte di quei giorni giaceva negli angoli angusti della sua mente, ogni foglio di quel calendario strappato nascondeva volti ed emozioni, pensieri e frasi. Assurdamente, inaspettatamente, un nome, un ultimo nome, cercava di collocarsi nella spirale di un blocco notes senza fogli, si aggirava come un orfano alla ricerca di una casa, sapeva che quello era il suo posto, ma il tempo si era consumato nell’attesa scavando un solco, un fossato inaridito, invalicabile, ai margini del quale quel nome languiva. Dal cadente castello dei sogni, lo osservava, impotente, scivolare lungo il percorso, girare intorno alla ricerca di una via, avrebbe voluto raccoglierlo, per sopravvivere, ma cosa poteva dargli ormai? Ruderi, solo stanze diroccate, polvere disseminata di impronte femminili, tende lacerate dietro finestre abbandonate, un letto disfatto da affanni, scomposta alcova di un corpo stanco abbandonato a se stesso, inerme. Sentiva il suo cuore battere sommessamente era stato sufficiente quel nome per ricordare quei giorni nella memoria sopita, cercava di nascondersi nelle pieghe dell’oblio, di coprirsi con il lenzuolo della solitudine, cercava di morire prima del tempo per non sentire più quel piacevole dolce tormento dell’amore, quell’inesauribile ed inappagata sete di speranza. Il dolore non era insopportabile, ne aveva conosciuti di più intensi, le sue labbra sembravano incollate come cemento sull’asfalto di una speranza dura a svanire. Un altro giorno sorgeva? Da dove come e perché? Era la notte che portava quell’ultimo giorno, senza alba. Cercò dentro di sé alla ricerca di ciò che rimaneva da dare, l’avrebbe trovato, sarebbe bastato? Le sue mani tremavano frugando qualche briciola delle bellezze che aveva sperperato, sentiva dolorose ferite riaprirsi nei frammenti sparsi di sé, avrebbe dovuto ricomporre quello che poteva, freneticamente, incollando confusamente opachi gioielli scheggiati su montature distorte dall’età e dalla follia, non aveva nemmeno la forza di strisciare fino alla porta, di tentare di aprirla. Sentiva fiorire quel nome sulle labbra, con la stessa ebbrezza di un calice di vino tracannato avidamente, sentiva le sue braccia avvicinarsi ed il suo volto chinarsi sul petto, mentre l’uscio si apriva lentamente, capì che il tempo ormai era finito, girò la testa, gli occhi ormai velati, riuscì ad immaginare un volto nel riflesso di una lacrima,finalmente l’aveva trovata, troppo tardi. Capì che l’amore non poteva più esistere per lui. Il cuore gli aveva mentito questa volta, per pietà. La pazzia entrò nella stanza senza rumore, e sorrise aprendo il viso ad un ghigno grottesco e lo baciò d’un rossetto volgare.

Vecchi post 1

notte1Notte

Amore, è vero, ci sono problemi nella vita, che sembrano essere più importanti ed urgenti di questa semplice parola usata e abusata in continuazione, ma se rifletto attentamente, è proprio la mancanza d ‘amore all ‘origine di tutto. Senza amore ogni situazione della nostra vita diventa pesante, insostenibile, senza amore, esistono guerre, incomprensioni, odi , egoismi, e tutto quanto ci fa soffrire maledettamente.
Ho ritenuto necessaria questa premessa pechè voglio scrivere di uno dei tanti aspetti dell ‘amore, non dimenticando che l ‘ Amore, in senso lato, ha tante sfaccettature importanti, e che è la base essenziale, di ogni aspettativa.
Amore.

Difficile, impossibile, inutile, stupido, tenersi dentro un sentimento così importante, così grande, così completo, reprimerlo in nome di una intimità personale, chiuderlo nel pugno di una mano, evitare di pronunciarlo, di manifestarlo in ogni gesto, in ogni parola. Non rammento il giorno in cui ho scoperto la mia capacità di amare né so da cosa derivi in particolare, in che misura si sia sviluppato attraverso il carattere, l ‘educazione, l ‘ambiente, la cultura acquisita, né conosco la sua forza oggettiva, il suo modo di crescere, la sua infantilità, la sua generosità, le sue bellezze, le sue meschinerie, il suo valore assoluto, la sua valenza, la sua gioia, il suo dolore, né mi interessa saperlo, è così e basta. Non ricordo il tempo in cui, nella notte, passavo i miei momenti parlandomi di me, dei miei sentimenti dei miei pensieri, dei miei sogni, dei miei desideri, ricordo che era sempre la notte.
Già la notte, questa compagna discreta, silenziosa, comprensiva, esaltante, questa compagna che fa parte della mia vita in modo così pieno, questa compagna senza la quale nessuno dei miei sentimenti potrebbe avere la forza e la bellezza che nelle sue ore vivono, fa così parte della mia vita da rendere il giorno una lunga, necessaria parentesi che mi conduce a lei. Dedico quindi a te, notte, questa lunga lettera che tu ascolti tutte le sere, quando sono solo e arrivi nella mia casa, nel mio cuore e mi avvolgi con un sospiro lieve. Chi vive la notte, sa di cosa parlo, sa della bellezza dei suoi sogni, sa della dolce melodia delle sue ore, sa dei suoi momenti bui, riconosce nei rumori, non il suono di un rumore, ma la sua voce melodiosa, e l ‘ama, semplicemente, senza pretese, senza soffrire, senza pietire.
Nella notte costruisco i mie sogni, li modello, li sviluppo, nella notte li custodisco, e nella sua bellezza li espando. Ti chiamerò amore perchè diversamente non saprei come chiamarti, dipingo i miei sogni nel tuo manto, come un pittore che disegna le stelle, ed ogni stella è una frase, un sorriso, una carezza inesauribile. So che quello che mi offri è un attimo, un momento inafferrabile ma leale, so che ogni parola non potrà ripetersi all ‘infinito, che ogni notte dovrò ripercorre quella strada che mi conduce a te, senza la certezza di ritrovarla, di avere la forza, la capacità, la voglia di ripercorrerla, perchè per poterti avere bisogna saper fuggire da te. Ho sempre immaginato di camminare dentro di te, con delicatezza, rispettando i tuoi lati oscuri, sedendo paziente tra le tue distrazioni, raccogliendo sulla mia pelle i tuoi brividi di paura, ho sempre desiderato inoltrarmi dentro sentieri inesplorati, dentro quei luoghi trascurati dagli altri, dove stanno nascoste le cose più belle di te che raccolgo, che poi sono le cose più belle di me, le cose nascoste di me, le cose che non ho mai confessato a nessuno. Sono dunque io, col mio passo a camminare dentro di noi, a percorrere quello che non conosco di me, a rivivere le mie gioie, le mie lacrime, a meditare, a cercare nel velluto di un amore la composizione di un nome, di quel nome che giace già nel mio cuore, come cenere viva, pronta a dar fuoco alla mia passione. QuantIi lievi e importanti tasselli formano il mio modo di essere, quante volte sono crollato dentro di me, quante volte sono rinato, e quante volte ancora accadrà, probabilmente. In questo altalenarsi di fragilità e fermezza cerco la mia dimensione, le mie risposte, le mie certezze, il mio posto che è sempre il medesimo posto, e quel luogo sei tu…

…Le ore della notte proseguono…
la notte, le ore della notte, quei momenti in cui hai la possibilità di pensare, di ragionare, di cogliere quegli aspetti delle cose che durante il giorno ti sfuggono e sei costretto a tralasciare, quella calma riflessione a cui ti induce naturalmente la notte, quella forza di sentimenti che si sollevano nella notte, servono a imparare che se c’è un modo di amare è questo, quello delle ore notturne. Nel silenzio ovattato, senza i rumori della città, in quel silenzio dove i battiti del cuore accompagnano le parole, in quella solitudine ricca di me, confesso i miei desideri, li coltivo, li interrogo, li nascondo, li amo, li vivo.  Vivo ora, in questa dimensione della notte, una notte diversa da quella che ho sempre vissuto da lontano, come un osservatore distante, una notte nella quale ho deciso di inoltrarmi, senza voltarmi più indietro.
La notte che ora percorro, in questo lasso della mia vita, è più ricca, più totale, forse perchè ora io sono più ricco di me, anche se le cose che posso offrire sono le mie ultime cose, un riassunto di me, di quello che sono e di quello che avrei potuto essere. La mia mente è libera, libera persino dal mio corpo, anche se senza di esso non potrei “sentire” alcunché della notte, le sensazioni che mi da, il fresco alito sulla mia pelle, il suono dolce del suo silenzio, le pause del suo dire e non dire, il piacevole tremore che sento quando la vivo, l’attesa di riviverla ogni notte. È dunque questa la mia dimensione? È dunque questa la mia solitudine che solitudine non è? Il mio dilemma tra amore sognato e amore vissuto? È questa la luce con la quale illumino la mia strada nella notte? E’ questo il fuoco che mi accompagna negli angoli più freddi? Forse è così che io cerco, col fuoco e la luce della mia anima, col gelo e il buio delle mie paure, cammino deciso, perchè alla fine della mia vita voglio vedere, voglio vivere, Amore, come lo intendo io, anche se fosse l’ultima cosa che riuscissi a vedere…

…un’altra notte…
nell’apparente silenzio della notte vi è un momento in cui si apre, silenziosa, una porta, al di là della quale vive la mia smania di essere. I sogni sono dunque la chiave di questa serratura, che scivola tra le pieghe del sonno, che apre la porta disegnata nelle tenebre della notte, quando le vado incontro. In questa notte dove sono conservati tutti i desideri e i sogni che ho rincorso, vado disponendo me stesso, la mia pazienza, la mia voce, la mia delicatezza, lascio intorno a me i miei versi, le mie parole come tanti piccoli doni d’amore,al cui interno si ascoltano i battiti del mio cuore, come tanti piccoli messaggi tra le cui righe sorride la speranza di quel qualcosa che giaceva interrotto, disperso in un viaggio diurno, che ritrova nella strada notturna, la sua favola di sogni, dove scrivo la mia lettera perennemente aperta. Quando nella notte, lascio libero il mio amore, la mia voglia di vivere, non ho bisogno di gridarlo, di vantarlo, di confrontarlo, di dichiararlo, di sacrificarlo, di giustificarlo, di imporlo, ma solo di guardarlo nella memoria del suo volto, dei suoi occhi, della sua voce e infine lo raccolgo, nella memoria del mio cuore…

…lascio nella notte la mia tavola imbandita…
ricca di dolcezze, finemente apparecchiata con sorrisi e carezze, la sedia in attesa, la candela del mio cuore accesa… E attendo, cavando dalla memoria le immagini dei pensieri, sfogliando il libro dei sogni, scorrendo il film dei ricordi, sussurrando la poesia della mia anima, nella corrente notturna, che trascina nell’aria le mie note. Restituisco così, amore ai miei occhi, ai miei sensi, al mio respiro, e offro, in un calice di cristallo, la trasparenza del mio amore.

Ho poco tempo.
unanotte
Post n°190 pubblicato il 25 Marzo 2013 da semprecesare
Post n°390 pubblicato il 02 Luglio 2011 da cesarexxxxxx

Mi è rimasto solo poco per amare, ti penso, nella mia solita stanza, tra i rumori notturni che filtrano dalla finestra aperta e si fanno più insolenti, più precisi, più prepotenti, esaltati dal silenzio d’estate. In silenzio, ti penso tra gli oggetti di sempre, steso sul letto in disordine, nel ronzio del ventilatore e con il desiderio di un bacio, quel piccolo bacio che tu non sai dare. E penso al tuo viso che nasconde un segreto che non riesci a svelare, e penso ai tuoi occhi che sanno di mare, al tuo corpo che odora di buono, che sa di pulito e di shampoo e profumo, ai tuoi vestiti che sanno di te. E penso al mio odore che sa di solitudine, di vuoto e lavoro, di sole e rumori, di passi ormai stanchi, di pensieri ormai vecchi, di un amore d’altri tempi fatto di figli e famiglia, d’amore, perché l’amore è per sempre e la passione è solo un istante, un acquazzone improvviso che gocciola sulla pelle. Rimango a sognare e ti vedo più bella nei gesti e nei sorrisi di quanto tu possa mai sentirti guardata, e vivo dentro il tuo piccolo amore che va e che viene come un battito di ciglia, come l’intermittenza di una stella lontana, come una promessa che non verrà mai mantenuta. E ti lasci amare come fosse un regalo che mi fai, lasciando frammenti di te, uno sguardo, un sorriso, la voce, con quell’accento leggero, le paure infantili, gli scatti improvvisi, la voglia di andartene. Ma tu non sei qui, sei solo un pensiero nel cuore di un uomo che ha poco tempo per amare, ma un grande desiderio, di essere amato.

Mio Post n°391 pubblicato il 12 Luglio 2011 da cesarexxxxxx alter ego di semprecesare libero.it

image_0

OMAGGIO ALL’AMORE

Chiudo gli occhi cercando di rammentare qualcosa di lei. Non riesco mai a mettere insieme la sua figura completamente, c’è sempre un particolare che mi occupa tutta la mente o confonde i miei desideri. Le parlo come se mi fosse di fronte, come se fosse lì seduta, con il suo vestito, che addosso a lei sembra più bello, come se la stoffa fosse il naturale complemento della sua pelle. A volte, vorrei toccare quell’abito per sentire se profuma di lei, se è vero o se è solo la luce che il suo corpo emana a vestirla così davanti ai miei occhi. Le immagini di lei mi scorrono nella mente come fotogrammi di un film proiettato nel mio quotidiano, è in ogni cosa che guardo, in ogni passo che faccio, in ogni pensiero che nasce, in ogni mio respiro. Ogni giorno sarebbe  peggiore senza questo quotidiano vivere, senza questo inevitabile pensiero che per altri ha la caratteristica di un’ossessione ma che per me, è l’inevitabile modo di concepire il mio amore. Tutto in lei sembra essere vita, la vita le brilla negli occhi, nel sorriso, quanto basta per non dimenticarla mai più, per portarla per sempre dentro la memoria. Non è una pena ricordarla, ormai la indosso sopra la pelle, come un profumo, la porto addosso come una medaglietta, con il suo nome inciso, appesa al collo, come un tatuaggio naturale vicino al cuore. So solo una cosa, devo tenerlo quest’amore, il più a lungo possibile, il più vicino possibile, il più tenacemente possibile. Credo che per qualche ragione inconcepibile, tutto quello che riguarda la mia vita passi da lei come se quello che ho vissuto fino al giorno in cui l’ho conosciuta non sia stata vita. Molte cose non conosco ancora di lei, così le scrivo delle cose che vorrei dire, perché non riesco più a stare dentro il silenzio che mi ha accompagnato fino al giorno in cui l’ho incontrata, il suo nome è una musica ininterrotta dentro la mia mente, come una canzone che scivola sulle sue labbra, ma le tengo serrate, troppe bocche si sfamano pronunciando il suo nome, troppe bocche si abbelliscono mormorandole amore, troppe bocche desiderano i suoi baci, troppi uomini mostrano la loro premura nel corteggiarla, portando sul vassoio della seduzione la bellezza dei loro cuori, veri o falsi che siano. Comunque, mi basta chiudere gli occhi per ritrovarmi dentro quelli di lei, cercando di stare attento a non perdermi, cercando di mantenere regolare il respiro e di lasciare un sottile filo di collegamento al mondo esterno per riuscire a rientrare nella realtà. Quegli occhi per me sono come un’immersione in apnea in un fondale verde cobalto dal quale non vorrei più  emergere. Tutto questo fino a quando non ho conosciuto il suono della sua voce. Le voci sono l’unica cosa che non si può sognare, che non si può immaginare, che non puoi dimenticare, sono come la miccia che accende la polvere da sparo che fa esplodere il cuore, così mi accorgo che in fondo, prima di sentirla, da lei non avevo ancora avuto nulla, e che la cosa più preziosa ora è il suono della sua voce. Dirle amore mi riempie di emozione, di quell’imbarazzante pudore che mi assale al pensiero di dirle amore, perché questa è ormai la mia verità, ogni volta che chiudo gli occhi e ogni volta che li riapro, le dico ti amo, allora prendo la penna e glielo scrivo, in modo meravigliosamente stupido.

Un maledetto giorno

4165854-mdSi alzò dal letto e bestemmiò, come ormai gli succedeva da tempo, un dolore acuto gli bloccava la schiena in modo che ogni movimento gli provocava fitte improvvise, sembrava ingessato, tutto intorno alla vita, come se avesse un busto tirato al massimo. Bestemmiò di nuovo, a voce alta, con determinazione, accompagnando la bestemmia con un gesto ampio del braccio come volesse gettarla oltre i muri della stanza con tutta la forza e la rabbia di cui era capace, fuori dai denti, con la saliva che gli bagnava le labbra. Dannazione, pensò, mentre si radeva davanti allo specchio del bagno, ci vogliono ore, ci vogliono mesi, ci vogliono anni per costruire un amore e bastava un momento, una parola non detta, una telefonata non fatta per distruggere tutto. Ancora un giorno, un maledetto giorno in cui sopravvivere a se stesso, in cui sciogliere la lingua scurrilmente, sentendo la necessità interiore di farlo, come un alcolizzato insoddisfatto nonostante la quantità di alcool assunta. La sua faccia era segnata dalla stanchezza come quella di un pugile suonato, le borse sotto gli occhi si andavano ispessendo giorno dopo giorno, sentiva il desiderio di una sigaretta, lui che non aveva mai fumato e non sapeva nemmeno che soddisfazione desse farlo… un’altra imprecazione… si era tagliato appena sotto il naso, proprio in un punto dei più sensibili, una cosa incredibile, era riuscito a tagliarsi con un rasoio pentalame di quelli sicuri. Il sangue usciva leggermente, nonostante cercasse di tamponarlo con un asciugamani e la piccola ferita gli dava fastidio, ora sarebbe dovuto uscire con un piccolo tampone appiccicato al viso, bianco, antiestetico e tutti lo avrebbero guardato, ma lui se ne sbatteva. La giornata era calda, una giornata di maggio afosa, il sole bruciava sulla pelle e sotto la camicia qualche goccia di sudore colava restituendo un odore di uomo selvaggio. Accidenti, ora desiderava un bel temporale, alzò gli occhi al cielo maledicendo quell’aria infuocata come si maledice il fato quando si mette un piede sugli escrementi di strada. Si incamminò con il solito passo dinoccolato, da lontano sembrava l’andatura di un cane sperduto, passò davanti a una vetrina e si diede un’ultima occhiata per controllare se avesse qualcosa fuori posto, non aveva mai avuto l’aria di un tipo particolarmente elegante, anzi, per fortuna riusciva a passare inosservato, anonimo, nella marea montante delle persone che riempivano la strada, gli sfuggì un ghigno controllato, una specie di smorfia simile a una parziale paresi facciale, mentre si chiedeva cosa si fosse fermato a guardare visto che non ci teneva proprio ad apparire. Cercava di non pensare e per questo rivolgeva lo sguardo intorno a sé guardando le cose con occhio diverso, più attento, si costrinse a memorizzare ogni fottuto particolare di quella giornata per non pensare a lei. Si fermò alla fermata dell’autobus come ad aspettare la vettura, la gente si era disposta nel solito modo, come un gregge disordinato, senza una logica, senza tenere conto delle esigenze di chi passava, anzi, occludendo in maniera ottusa ogni varco, dall’altra parte del marciapiede uno zingaro prendeva a calci un bidone della spazzatura occhieggiando le borsette delle donne, poi, all’improvviso, all’arrivo dell’autobus, affollatissimo, dalla parte opposta, attraversò la strada e si infilò nella calca che premeva per salire sparendo alla sua vista. Un telefonino squillò e lui portò la mano, istintivamente, verso la tasca dei jeans ben sapendo che non era il suo e che lei non l’avrebbe chiamato. Strana la vita, qualunque cosa facesse per non pensare a lei, il pensiero era sempre lì, lui sapeva perché, non erano le cose che lei faceva ma quelle che non faceva che lo irritavano. Scosse adagio la testa e si diresse verso un bar vicino, aveva solo voglia di appoggiare il culo da qualche parte, si sentiva stanco, svuotato. Rigirò il bicchiere tra le mani come fosse una palla di gomma, si sentiva come se avesse contratto una febbre di una qualche malattia rara o come se avesse fatto un tiro di oppio. Cominciava a odiare il mondo da quando aveva capito che non esisteva una scorciatoia per la felicità ma solo una lunga estenuante strada verso l’incomprensione, una strada con cartelli che segnalavano false uscite che indicavano amicizie, fede, verità, amore. A volte si sentiva come uno di quei cagnolini che scodinzolano felici anche quando odorano i piedi del padrone, anche quando non capiscono perché qualcuno di loro si affanna a raccoglierne gli escrementi per nasconderli in una busta. Di sicuro era troppo buono per lei, troppo paziente, troppo comprensivo o semplicemente poco adatto a nutrire qualunque tipo di sentimento che non fosse ricambiato. Rimase seduto ancora a lungo, la ragazza del bar gli chiese se desiderava ancora qualcosa e lui, guardandola, ne immaginò il corpo, lei si chinò leggermente sorridendo e mettendo in mostra un seno fresco e giovane che gli risvegliò un sano appetito sessuale, abbassò gli occhi sul bicchiere non per imbarazzo, ma solo per non  sentirsi troppo vecchio e le chiese il conto. Si alzò e si allontanò sentendo crescere la nevrosi dentro di sé, la sua situazione non migliorava né peggiorava né aveva una soluzione soddisfacente, non gli rimaneva che tornare a casa, aveva bisogno di buio, di solitudine, di concentrasi, di decidere, di ritrovarsi ma, soprattutto, di una telefonata. Aprì la porta di casa, si passò una mano tra i capelli, entrò nella sua stanza che ormai era talmente in disordine da essere irriconoscibile e si lasciò cadere sul letto senza cambiarsi, pensò che l’amore poteva essere l’arma per capire il perché di un’esistenza ma anche la pallottola che poteva porle fine, aveva sempre pensato che vivere volesse dire contare per qualcuno, cavolo, un qualcuno che contasse in modo speciale per lui. Il telefono non squillava ma c’era ancora tutta la notte prima che un altro giorno arrivasse con la sua fottutissima, noiosissima sempre uguale alba e finisse sempre con lo stucchevole tramonto rossastro. Era proprio questo stato d’animo di cui non riusciva a liberarsi, il desiderio che nasceva dalla speranza, speranza che lo riportava costantemente al punto di partenza, come una porta girevole senza continuità di movimento. Sentiva che da qualche tempo a questa parte, uno sconosciuto viveva la sua stessa vita, la sua faccia, il suo corpo. Ogni mattina che si svegliava lo incontrava, lo guardava e lui lo guardava, silenzioso. Quando usciva, lo sentiva dietro di sé, faceva la sua stessa strada, aveva i suoi stessi orari, i giorni passavano e non riusciva ad abituarsi alla sua presenza, sperava sempre che perdesse terreno da lui o che cambiasse strada all’improvviso, ma niente. Il suo sistema nervoso ormai era in rottura prolungata, come un cavallo che smette di galoppare e saltella a caso sulla pista. L’assalì il dubbio che quell’individuo, fosse la sua anima che cercava di orientarsi nel labirinto del suo cervello, allontanandosi da lui, che diamine, imprecò, vuoi vedere che mi toccherà andare da uno strizza cervelli? Da uno di quei tipi che pretendono di aggiustarti la psiche quando la loro è completamente fusa? Sghignazzò a questa ipotesi, sarebbe stato come entrare in un taxi imbottigliato nel traffico e pagare un tassametro senza fare un metro di strada. Si tolse gli abiti e li sparpagliò per la stanza, aumentando il casino che vi regnava, come per allontanare ogni traccia di volontà da se stesso, indossò il pigiama, accese la lampada e decise che quello che rimaneva della sua vita era ormai affar suo, appoggiò la testa sul cuscino e finse di dormire, stava per finire un altro maledettissimo giorno.

GUARDA

GUARDA Guardati intorno, mi sono detto percorrendo la lunga strada di asfalto del cimitero, una fastidiosa aria di morte mi penetra dentro il naso e rimane nel respiro, ascolta questo silenzio ho pensato, come è corrotto dal rumore delle ruote dell’auto, affacciati su questo non mondo come fosse una finestra nel vuoto. Lo sai che sei giunto al confine del tempo che recide la radice della vita, di qua persone che vivono e lavorano con la morte, oltre, il nulla, il non senso, l’inizio di domande senza risposte. Dunque, nonostante tutto, la somma della vita è zero. Guardo e non capisco, le croci abbandonate e disordinate di gente qualunque, le cappelle che ostentano il lusso, da una parte i fiori appassiti e marciti, dall’altra, quelli più freschi e opulenti, c’è dunque ancora un simulacro di vita che marca una differenza senza senso perché le persone, alla fine, non hanno più un’esistenza ma solo lo scempio della decomposizione, la dimensione delle ossa, l’umidità delle lacrime e lo spessore del dolore di chi rimane.

IMMAGINA

tumblr_ndb0isnJEL1ra71j2o1_500Immagina che io ti dica buon San Valentino amore, come te lo dicono in molti. Immagina che io faccia le stesse cose che fanno tutti, piccoli regali, messaggini, telefonate e altro. Immagina che ti dica le stesse identiche parole che si ripetono in questa circostanza, che mi commuova come un ragazzino al primo bacio. Immagina che io ti faccia quelle promesse alle quali tu non credi… ti amerò per sempre, sei tutta la mia vita, non ti lascerò mai, non posso vivere senza te anche se poi non riuscirei mai a mantenerle. Immagina che io sia quell’uomo che hai sempre desiderato e che non sai riconoscere. Immagina di giocare con la mia fantasia e vedere e capire e condividere, finalmente, i sogni della mia vita. Immagina tutte quelle cose che non farò mai in questo giorno perché io non ti telefonerò, non ti dirò buon San Valentino, non ti manderò un mazzo di rose, non ti inviterò a cena, me ne rimarrò in silenzio per ventiquattro ore, da mezzanotte a mezzanotte, prigioniero di quelle piccole tenaci speranze che mi tengono legato a te.